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15th Edition - Forlì / Italy
5/14 October 2018
  

Water

DAILY-2017

Barque sortant du port (1895), dei Lumière, è il primo film che immortala l’acqua, divenuta in seguito un soggetto o elemento ricorrente nel cinema. Molto in voga nel primo Novecento, il documentario paesaggistico annovera innumerevoli pellicole italiane e straniere dedicate a paesaggi lacustri. Venezia in primis: Panorama du Grand Canal pris d’un bateau (1896) di Alexandre Promio o Le bellezze d’Italia. Trittico di visioni pittoresche,girato negli anni Dieci, che, oltre al fascino di una Venezia al tramonto, ritrae il golfo di La Spezia e le montagne della Val d'Aosta con laghi e laghetti, ruscelli e ghiacciai. Tra il 1908 e il 1915 vennero girate ventinove pellicole sulle bellezze paesaggistiche, come Laghi e ghiacci d'Italia (1908), I Laghi e le cascate di Plotvice (1911) e simili, e non mancano paesaggi mozzafiato della costa sorrentina e amalfitana, Da Sorrento ad Amalfi di Piero Marelli e La penisola sorrentina, entrambi degli anni Dieci. I canali e la laguna tornano nei documentari di Francesco Pasinetti: La gondola e Venezia minore, ambedue datati 1941, e ne I piccioni di Venezia, del '42. Fernando Cerchio rende omaggio alle acque ferraresi con Comacchio (1912). La cultura dell'acqua e la sua memoria viene preservata anche nei documentari del dopoguerra: ricordiamo Prima o poi (1977) di Cinzia TH Torrini, dedicato all’ultimo traghettatore dell'Arno. Durante il conflitto italo-turco del 1912, Luca Comerio realizzò documentari di propaganda dedicati alla nostra Marina Militare: Sommergibili nel Mediterraneo (1912), girato nel porto di Taranto, e La nostra marina da guerra (1912), che si focalizza sulla vita quotidiana dei marinai durante la navigazione. I documentari scientifici dedicano un trittico a La vita negli abissi del mare (1914), girati però all'acquario di Napoli. E se un documentario italiano, Come arriva l'acqua potabile in una grande città (1913), esalta la moderna ingegneria idraulica, i documentari sperimentali americani H₂O (1929), di Ralph Steiner, e The River (1937), di Pare Lorentz, fanno emergere il problema del convogliamento dell'acqua e le sue disfunzioni nei quartieri poveri delle città americane. Precursori dei documentari di denuncia sociale ed ecologica come Flow. Per Amore dell'Acqua (2009), della cineasta Irene Salina. Un messaggio di rispetto e tutela del patrimonio idrico mondiale, essenziale per la sopravvivenza dell'ambiente e degli esseri viventi, oltreché una denuncia verso le attività irresponsabili che provocano l’inquinamento delle acque. La poesia dello straordinario nell'ordinario, altresì, anima il celebre Il pianeta azzurro (1982), documentario di Franco Piavoli dove l’acqua è protagonista del risveglio della natura. Sotto il ghiaccio, il fragore sempre più impetuoso dei torrenti funge da contrappunto alle immagini della trasformazione fisica dell'acqua. Il connubio cinema-acqua si ritrova anche nelle pellicole ambientate in montagna, genere docu-fiction che alimentava il gusto naturalistico dei tedeschi e riscuoteva un buon successo negli anni Venti. Pioniere fu Arnold Fanck, della cui produzione vanno citati La montagna del destino, ambientato sulle Dolomiti, e La montagna dell'amore (1926). Da quest'opera in avanti, Leni Riefenstahl diventò l'icona del cinema di montagna, e il sodalizio col regista terminò con S.O.S. Iceberg (1933). Passata al documentario etnografico e naturalistico, la Riefenstahl girò Meraviglie sott'acqua (2002). Il docu-fiction naturalistico torna in voga nell'America degli anni Settanta, grazie a cult come Un mercoledì da Leoni (1978) di John Milius, dedicato al mondo del surf. La ricchezza simbolica dell’acqua è ampiamente sfruttata in ogni genere cinematografico, dalle comiche alle pochade, a mo' di pretesto ilare: L’Arroseur arrose (1895), dei citati Lumière, Il pompiere di servizio (1906), diretto da  Gaston Velle, dove a ricevere il getto d'acqua, non necessario, sono attori e ballerine di un teatro di varietà. In  A Film Johnnie (1914) di George Nichols, i pompieri inzuppano Charlot in uno studio cinematografico; salvo che il Nostro si torce le orecchie e fa uscire un getto col quale inonda i pompieri.

L'acqua congiunge e trascina via qualcosa, o qualcuno; divide gli amanti e le famiglie; divide anche dal mondo, fungendo da passaggio per l'aldilà (le anime vengono traghettate da Caronte sullo Stige). Per secoli ha rappresentato una via di trasporto e di comunicazione, elemento cardine dei film di viaggio per conoscere sé stessi, storie di popoli e migranti, paesaggi esotici. Può essere anche elemento d'invasione e di conquista. Nel genere storico, il mare de L’Odissea (1911), regia di Francesco Bertolini e Adolfo Padovan, sottrae e restituisce l'amato. Ma porta anche il nemico per i Troiani costretti a navigare per sopravvivere, recando la morte a Didone, in Didone abbandonata (1912) di Luigi Maggi, dove il mare fa esattamente il contrario: portare per togliere per sempre. I film d'avventura marinara e sui pirati, ancora oggi in voga, traggono origine da pellicole come Il corsaro (1924), diretto da Augusto Genina e Carmine Gallone, dove Amleto Novelli è un corsaro romantico e affascinante che porta scompiglio in un villaggio di pescatori. O Douglas Fairbanks ne Il pirata nero (1926), diretto da Albert Parker. Per tacere del Burt Lancaster de Il corsaro dell’Isola Verde (1952) di Robert Siodmak, ambientato nei Caribi ma girato nella baia di Napoli. L'elenco dei film di guerra è spropositato, traendo origine dalla battaglia navale in Cabiria (1913) di Pastrone. L'ultimo in ordine di uscita è Dunkirk (2017), diretto da Christopher Nolan, dove l'azione si svolge sulla terra, in mare e nel cielo. Le scene in acqua sono assai cariche di pathos.

Perfino il musical si fa acquatico, se si pensa alla campionessa di nuoto Esther Jane Williams, che rese famoso il genere compiendo spettacolari coreografie di nuoto e tuffi (Bellezze al bagno, 1944).

Le acque melmose sono il luogo ideale per occultare in Psyco (1960) di Hitchcock, se è vero che la palude nasconde cadaveri, auto e denaro, e la penultima vittima è uccisa nella doccia. Ne La memoria dell’acqua del regista cileno Patricio Guzman, vincitore dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura alla 65° Berlinale, l'Oceano è uno dei “cimiteri naturali” per i desaparecidos.

L'acqua funge da tramite tra due mondi nella scena madre di Anna dei miracoli (1962) di Arthur Penn, quando rompe il muro di silenzio della piccola protagonista. E nel film di Marco Ferreri Chiedo asilo (1979), dove il bambino ricomincia a parlare di fronte al mare della Sardegna. Qui il cineasta sposa il Naturalismo di Talete: “L’acqua è la nostra origine e la nostra fine”,facendo dire più volte ai personaggi “l'acqua è la nostra mamma”, e mostrando il bagno, forse, del commiato per due di essi.

L'ingegno idraulico torna anche ne Il dottor Živago (1965), diretto da David Lean, dove la maestosa diga idroelettrica russa, non si trova in Russia, bensì al confine tra Spagna e Portogallo.

Incursioni dell'acqua anche nel mondo musicale, dove il parco del Delta del Po funge da sfondo alla video-installazione di Vasco Rossi, che vi declama la poesia L'Ape Regina. Infine, il clip del singolo Come vorrei è stato realizzato alla diga di Ridracoli e dintorni: uno splendido bianco e nero che decontestualizza la struttura, rendendola un monolite colmo di significati.


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