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15th Edition - Forlì / Italy
5/14 October 2018
  

Focus Bulgaria

DAILY-2017

La storia del cinema bulgaro annovera ventinove registe, e tra esse Iglika Trifonova, nata nel 1957, una delle più premiate. Ha realizzato una serie di documentari negli anni '90: In the year of our Lord (1990), Possible distances(1992), Tales of murder (1993), Portrait of an actress (1994)e On the road (1995). Nel 2001 ha scritto e diretto il primo lungometraggio, Letter to America, vincitore di numerosi premi internazionali. Seguito da Investigation (2006), anch'esso pluripremiato, The prosecutor, the defender, the father and his son (2016)e Lift for Patients (2017).

Dalla breve intervista rilasciata dalla cineasta a Francesco Martino, qui riportata, si evince un lucido spaccato lucido della situazione del cinema bulgaro.

 

Come è entrata nel mondo del cinema? Come si sviluppa la sua carriera?
Fin da bambina sapevo che volevo fare la regista. Oggi non riesco quasi a credere di aver mostrato questo desiderio così presto, visto che non ho la minima idea di quello che poteva significare per me, all’epoca fare la regista. Ho fatto domanda per essere ammessa al VITIZ nel 1975. è  dal 1971 che è possibile studiare cinematografia in Bulgaria, l’anno in cui è stato fondato lo stesso VITIZ. Prima di allora i registi bulgari dovevano studiare all’estero, soprattutto a Mosca, cosa comprensibile vista la situazione politica del tempo, ma c’è anche chi a studiato nell’allora Cecoslovacchia, in Polonia ecc. Io ho studiato nella classe del professor Georgi Dyulgerov, uno dei più importanti registi bulgari di sempre, e questa è stata senza dubbio una grande fortuna, visto che la nostra classe, che era composta di sette studenti, ha mantenuto poi legami molto forti. Ho finito gli studi, insieme alla mia classe, all’inizio degli anni ’80, ma quasi nessuno di noi è riuscito a girare un film suo fino al cambiamento di regime. Adesso mi dico che, se tutti siamo poi riusciti a produrre film nostri, è stato innanzitutto proprio grazie a quel cambio di regime. Forse è stato il nostro essere un “circolo chiuso” a salvarci, soprattutto psicologicamente, perché non è stato affatto facile diplomarsi, credo fosse nell’82, e arrivare fino all’89 senza riuscire a girare nemmeno un film. In queste condizioni è difficile continuare a pensarsi come regista. Io lavoravo come assistente alla regia nel centro di produzione Kinocentar Boyana. Questo è stato da una parte positivo, perché mi ha dato le basi pratiche del mestiere, ma poi si è trasformato in negativo, perché per imparare la pratica bastano due film, poi diventi una specie di servo delle idee altrui, e ti allontani dalla vera attività di regista. Proprio allora è arrivato l’89, e sono riuscita a girare il mio primo documentario, che si intitolava Leto Gospodne (Nell’anno del signore). Il film è arrivato a Berlino, dove ha vinto il gran premio per i documentari. Poi ho fatto altri cinque o sei documentari, il più noto dei quali è Razkazi za ubistva (Racconti di omicidi), girato nel ’92. Nel ’96 ho iniziato a lavorare al mio primo film “Pismo do Amerika” (Lettera per l’America), una coproduzione con l’Olanda e l’Ungheria, perché oggi è molto difficile realizzare un buon film senza il meccanismo delle coproduzioni. E’ nata allora una solida collaborazione che ha poi prodotto anche il mio secondo film, Razledvane, (L’inchiesta), e che oggi è attiva per portare avanti il mio terzo film. Il fatto di riuscire a lavorare insieme a ben tre film con gli stessi partner mi sembra un fatto molto positivo, a livello europeo, nel campo dell’industria cinematografica. All’inizio della transizione in Bulgaria sono comparsi molti produttori, che sinceramente si interessavano più a come accaparrarsi i fondi europei messi a disposizione come supporto alla cinematografia locale, che a creare film. Adesso la situazione si è normalizzata, fare film in Bulgaria non è facile, ma non è facile nemmeno nel resto d’Europa. Penso che il momento più difficile l’industria cinematografica bulgara sia passato, momento che corrisponde alla fine degli anni ’90, quando ancora non esisteva una legge sulla cinematografia, e c’è stato un anno o due in cui non è stato prodotto alcun film. Negli ultimi quattro anni abbiamo una legge che garantisce la produzione di almeno cinque film l’anno, più venti documentari e 120 ore di film d’animazione. E’ un livello minimo che assicura l’esistenza del processo produttivo.

Esistono tratti che differenziano il cinema bulgaro da quello dei paesi vicini?

E’ difficile rispondere a questa domanda, anche se ci ho riflettuto a lungo. Forse c’erano dei tratti, ma piuttosto negativi. Voglio dire che fino ad una decina di anni fa le storie erano particolarmente “locali”, soprattutto per i temi affrontati e molto difficili da capire fuori dalla Bulgaria, e questo rendeva quasi impossibile suscitare interessa fuori dai confini nazionali. Il cinema bulgaro è parte del cinema balcanico, che negli ultimi anni in Europa è legato soprattutto al nome di Kosturica, soprattutto perché per primo ha tirato fuori l’anima “dionisiaca” della regione, ma il cinema balcanico non è solo questo. Il pubblico europeo in generale non si aspetta dal cinema balcanico molta profondità, esistenzialismo, psicologia, non è pronto ad accettare che da qui si possa ragionare su temi del genere sullo stesso livello del cinema europeo in generale.

Il cinema bulgaro, nel corso della sua evoluzione, ha avuto particolari modelli di riferimento?
Sì, ci sono stati modelli. Anche qui c’è un paradosso piuttosto triste, e cioè che durante il regime avevamo la possibilità di guardare molti più film di qualità. In modo semi-legale qui arrivavano tutti i film europei più belli. Dopo il crollo del regime, c'è una situazione di monopolio per il cinema americano...Gli intellettuali nel cinema bulgaro erano in contatto con quanto succedeva nel cinema ceco, in quello ungherese, in quello polacco. Noi avevamo forti legami con questi paesi, che facevano parte del blocco orientale, e in generale conoscevamo molto bene reciprocamente le nostre produzioni cinematografiche. Grande interesse c’era anche verso il cinema russo, naturalmente, e ho in mente soprattutto Tarkovskji, Konchalovskij, German. Sentivamo molto vicini questi autori, guardavamo i loro film, avevamo la possibilità di incontrarli personalmente e di conoscerli. Se si guarda un film come “Ponedelnik sutrin”, si vede anche l’influsso e il dialogo con il cinema europeo occidentale, ma purtroppo le autorità di spaventarono di questo legame, e tentarono di spezzarlo.

 

 

Adesso esiste la censura?
C’è, ma esclusivamente in forma di censura economica, e anche questa a suo modo è molto forte perché senza soldi non si può fare niente. Ci sono poi grossi problemi col pubblico bulgaro, che oggi non segue quasi per niente il cinema bulgaro, perché per molti anni questo è di fatto scomparso, e perché le sale sono state svendute e trasformate in sale bingo. E’ paradossale, ma ad esempio “Pismo do Amerika”, e parlo del mio film perché conosco i dati, ha avuto un pubblico dodici volte più numeroso all’estero che non in Bulgaria.

 

E’ questo il destino del cinema bulgaro, essere fatto più per un pubblico straniero che non per quello locale?

Non direi perché, ad essere sincera, sono piuttosto rari i film bulgari che riescono a trovare spazio sulla scena mondiale, anche se negli ultimi anni sono stati realizzati parecchi lavori che hanno avuto un buon successo nei festival europei, ma non direi che questo è il destino del cinema bulgaro. Ci sono film poco visti in Bulgaria, e che al tempo stesso non circolano molto fuori dal paese. Altri, appunto, hanno più risonanza all’estero. Mi è difficile fare previsioni sulla direzione che prenderanno le cose, naturalmente la mia speranza è che ci sia un miglioramento anche in Bulgaria.

Esiste oggi in Bulgaria un moderno e funzionante sistema di distribuzione e pubblicità?
E’ proprio la distribuzione il grande problema al momento. E’ un problema non solo bulgaro, ma anche europeo nel suo complesso, perché il cinema americano occupa gli spazi in modo molto ingombrante, e ad esempio i distributori in Bulgaria sono innanzitutto distributori delle grandi compagnie americane, perché è l’investimento più sicuro e più redditizio, e molto spesso ho avuto l’impressione che non abbiano interesse a distribuire film bulgari. Nell’ambiente si parla spesso del fatto che le compagnie di distribuzione europee che diventano distributori di film americani in realtà sottoscrivano contratti segreti con le majors, con clausole molto impegnative di difesa ad oltranza del cinema americano. In Bulgaria, ci sono stati poi dei contratti davvero selvaggi per la privatizzazione delle sale cinematografiche, e i nuovi proprietari in teoria avrebbero dovuto conservare la tipologia d’uso delle sale, ma le multe previste erano così ridicole che nessuno ha avuto problemi a pagare e a trasformarle in sale bingo o in spazi per esercizi commerciali. Così i cinema sono quasi scomparsi, e non ce ne sono quasi più nemmeno nel centro di Sofia. Oggi sono comparse nuove sale all’interno dei grandi centri commerciali, ma qui di solito va un altro tipo di pubblico,che cerca appunto il cinema americano, con la Coca Cola e i pop-corn, non sono sale per il cinema d’autore.

Lei ha lavorato nel "Kinocetar Boyana" prima del cambio di regime, come è cambiato in questi anni? Ha ancora un ruolo significativo per la cinematografia bulgara?
Ho lavorato a Boyana per sette anni, dall’83 al ’90. Nel ’90, con i cambiamenti in atto, ho lasciato il Kinocentar, e in generale furono licenziati quasi tutti quelli che ci lavoravano. Da luogo di produzione, cinematografica, ma anche ideologica, si è trasformato gradualmente in una semplice infrastruttura tecnica, da dove si prendono in affitto le telecamere e altro materiale. Adesso è stato acquistato da una compagnia americana la “New Image”. Secondo me la sua privatizzazione e trasformazione in “prodotto di mercato” è stato un errore, perché ha perso ogni importanza all’interno del processo produttivo per la cinematografia bulgara. Ad esempio, per il mio ultimo film ho preso in affitto illuminazione e materiale tecnico dalla Germania, perché spesso con gli sconti che lì vengono fatti sull’affitto per il tempo complessivo di riprese diventa più economico rivolgersi all’estero.

Perché il pubblico bulgaro continua a guardare i vecchi film? Si tratta solo di nostalgia, o ci sono altri motivi? E ribaltando quello che diceva poco fa, non è che il pubblico bulgaro non capisce più film fatti con un vocabolario diverso e diretto verso l’esterno?
Credo ci sia effettivamente stato un cambiamento nel vocabolario cinematografico bulgaro, ma se davvero questa sia la ragione dell’allontanamento del pubblico bulgaro da nostro cinema è una domanda che mi sono posta ripetutamente, senza però trovare una risposta chiara. La mia impressione è che negli ultimi anni si presentano al pubblico bulgaro una serie di film girati in un linguaggio molto più impegnativo che non nel passato, e penso che questo non sia ancora pronto a recepirlo. D’altra parte c’è sicuramente una forma di nostalgia, non in tutta la società, ma in alcune fasce della popolazione c’è nostalgia verso il socialismo inteso come sistema di vita. Il problema è che quando la politica e l’economia non vanno bene, la gente non è affatto sicura che i cambiamenti abbiano avuto soltanto un significato positivo. Non esiste più l’entusiasmo dei primi anni del cambiamento. Anche nel cinema esiste questa nostalgia. Il fenomeno interessante è che i vecchi film che oggi si guardano di più non sono quelli che hanno avuto più successo all’epoca. Adesso si “scoprono” nuovi film, che quando sono usciti nelle sale passarono quasi inosservati. L’esempio più lampante di questo fenomeno, che meriterebbe di essere analizzato più a fondo dai critici cinematografici, è “Orkestar bez ime” (Orchestra senza nome), che al momento è un vero hit tra i giovani, che lo guardano a casa e ne conoscono a memoria le battute, che molto spesso sono state accolte nel gergo. E questo è un film che, all’epoca, non fu apprezzato né dal pubblico né dalla critica.


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