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14th Edition - Forlì / Italy
6/15 October 2017
  

Cinema Sperimentale

DAILY-2017

Il Cinema Sperimentale nasce dalle esperienze cinematografiche delle avanguardie europee e russe del XX secolo.

I termini “sperimentale” e “cinema” furono accostati per la prima volta nel 1930, grazie alla rivista statunitense “Experimental Cinema”. Tale etichetta fu utilizzata per identificare l'avanguardia cinematografica in America, dagli anni Trenta sino a tutti i Cinquanta. In Italia, “sperimentale” si riferiva al Teatro Sperimentale degli Indipendenti (1923-1936), fondato da Anton Giulio Bragaglia. In tempi odierni, quest'insegna (o quella di videoarte) raduna numerose tipologie di opere visive, appartenenti a correnti, epoche, luoghi differenti. Se nel cinema d'avanguardia è possibile individuare alcuni filoni prevalenti – la sinfonia visiva e il cinema astratto, coi suoi successivi sviluppi strutturali – l'evoluzione del cinema sperimentale ha valicato questi confini, rendendoli labili e sovrapponibili, creando nuove correnti, arrivando a conquistare il cinema tradizionale (il primo da sempre contrapposto al secondo dal punto di vista ideologico). Le avanguardie iniziarono a interessarsi della Settima Arte negli anni Dieci del secolo scorso. Per il futurismo e dadaismo, il suo fascino risiedeva nel carattere innovativo, meccanico, dinamico e nelle sue infinite potenzialità espressive. Per il surrealismo rappresentava la possibilità di materializzare l'inconscio con sogni e pensieri. Per il Costruttivismo, il Suprematismo e il Formalismo diventò un laboratorio nel quale creare una nuova estetica e nuovi linguaggi. I risultati non furono sempre felici, a volte risultarono discontinui se non fallimentari. In Italia non resta traccia degli Accordi cromatici (1912), dei fratelli Corradini (Corra e Ginna), di Mondo baldoria di Aldo Molinari (1914) o de Il re, le torri, gli alfieri (1917), diretto da Ivo Illuminati, tratto dall'omonimo romanzo di Lucio D'Ambra. Di Vita Futurista (1916) di Ginna si conservano alcuni fotogrammi, insieme a una sommaria descrizione degli episodi. Gli shorts realizzati da Ginna e Corra su temi musicali e pittorici, nei quali la pittura-colore era applicata direttamente sulla pellicola, sono andati distrutti durante il Secondo conflitto mondiale. Scrisse Corra: “I frutti di questo periodo di esperimenti… quattro rotoletti di pellicola dei quali uno soltanto supera i duecento metri di lunghezza, sono qui, dentro il mio cassetto, chiusi nelle loro scatole, etichettati, pronti per il museo futuro (scusate, non è superbia, è solo amore di padre per questi figlioletti che mi piaccion tanto col loro musino sporco d’ arcobaleno e con le loro piccole arie di mistero).” Rimangono Thaïs (1916), diretto da Anton Giulio Bragaglia e Riccardo Cassano, con scenografie di Enrico Prampolini, ma disconosciuto da Tommaso Marinetti. Il documentario sperimentale Stramilano (1929) di Corrado D’Errico che descrive una Milano vitale e operosa, con le sue industrie tessili, il mercato della moda allora in nuce, la gente in continuo movimento, il traffico. Un lavoro di ricerca in bilico tra documentario e astrazione, con sovrimpressioni e manipolazioni d'immagine, in linea con le sinfonie visive che ritraevano le città europee degli anni Venti. Un approccio di sapore futurista, che D’Errico avrebbe replicato nel corto sulla stazione Termini a Roma: Ritmi di stazione, Impressioni di vita n.1 (1933), dove i rumori ferroviari e umani creano una sinfonia ritmica che rende la colonna sonora sorprendente. Al secondo futurismo appartieneVelocità (1930-31), sceneggiato da Cordero, Martina e Oriani, regia di Pippo Oriani, montaggio di Eugène Deslaw, girato a Torino e a Parigi. Primo esempio di cinema d’artista, col suo fluire non narrativo né sintattico delle immagini di oggetti che si animano per raccontare una storia d'amore nel quotidiano. Se un tempo esisteva una versione proiettata in Francia di 90 minuti, quella che oggi è possibile vedere è un'edizione compressa di 13. Ancora, Mediolanum (1933) e Sinfonia del lavoro e della vita (1934), entrambi di Ubaldo Magnaghi, ed Entusiasmo e Nuvole (1934) di Francesco Pasinetti. Sempre del '34 è Il cuore rivelatore,regia di Mario Monicelli, e Fiera di tipi, di Antonio Leonviola. Tra il 1938 e i primi anni Ottanta, il pittore Luigi Veronesi – tra i pochissimi in Italia ad affrontare i temi del cinema astratto – realizzò una serie di cortometraggi astratti dipinti a mano su pellicola, intitolati Film (1 fino a 9, poi 13), alcuni dei quali distrutti durante il Secondo conflitto. Negli anni Cinquanta, Elio Piccion (già attivo alla fine degli anni Quaranta) girò le prime immagini elettroniche per Tre tempi di cinema astratto (1951). A partire dal 1952, in collaborazione col fratello Victor, Sivio Loffredo realizzò a Parigi la serie di film-collage Court bouillon. Nel '58 Tinto Brass girò il corto Spatiodynamisme, basato sullascultura robotica interattiva CYSP-1, creata da Nicolas Schöffer. Nei primi anni Sessanta, molti autori italiani preferirono filmare con immediatezza, scegliendo l'opera performativa ed escludendo quasi del tutto la componente strutturale, ritenuta troppo fredda. Cioni Carpi girò alcuni film animati, prima in Canada e poi a Milano, e insieme a Luigi Veronesi realizzò film stenopeici, senza cinepresa, opere pittorico-cinematografiche e al contempo preziosi oggetti d’arte. Marcello Piccardo e il designer Bruno Munari fondarono lo Studio di Monte Olimpino (1962-1972), vicino a Como, la cui produzione vanta una cinquantina di shorts e un lungometraggio, divisi tra film industriali e di ricerca. Tra Napoli e  Roma si sviluppò un movimento di artisti e film makers, tra i quali Gianfranco Baruchello, Luca Patella, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi, Anna Lajolo, Massimo Bacigalupo, Mario Masini e Giorgio Turi, da cui prese origine la Cooperativa del cinema indipendente (1967-70). Attorno ad essa gravitarono Mario Schifano, Franco Angeli, Pierre Clémenti, Carlo Cecchi, Gerard Malanga, Tano Festa, Sandro Penna, i Rolling Stones e Jean-Luc Godard. Di quel periodo rimangono molti film che rappresentano oggi il nucleo centrale della storia del cinema d'artista italiano. Quasi tutti girati in Super 8 e 16 mm, non si sottomettevano alle regole della censura, dell'autocensura o di mercato. A questo proposito si ricordano i censurati A mosca cieca (1966), La prova generale (1968) ed Entonce (1968), di Romano Scavolini. Opere come quelle di Scavolini o di pittori quali Nato Frascà e Mario Schifano coniugavano underground, anti-cinema e cinema di consumo. Il film sperimentale italiano più noto all'estero è La verifica incerta (Disperse exclamatory phase, 1964-65), di Alberto Grifi e Baruchello: un montato di vari spezzoni tratti da una cinquantina di film in Cinemascope, americani, destinati al macero. Baruchello aveva già realizzato Il grado zero del paesaggio (1963), e tra il 1968 e il '70 realizzò più di dieci film, tra cui Costretto a scomparire (1968), presentato al Museum of Modern Art, a New York. A Milano, il gruppo Movimento Immagine Dimensione, formato da Antonio Barrese, Alfonso Grassi, Gianfranco Laminarca e Alberto Marangoni, si divise tra creazione d'ambiente, psicologia e cinema sperimentale, come dimostrano Immagini sintetiche 1965-1972 ed Esperimento di riprese, costituito da una serie di sequenze stroboscopiche. Col Sessantotto, il cinema sperimentale acquistò anche una valenza politica: si parlò allora di “cinema della rivolta”. Tra gli anni Sessanta-Settanta troviamo altri artisti e cineasti come Tonino De Bernardi, Ugo Nespolo, Gianni Castagnoli, Ugo La Pietra, Franco Vaccari, Piero Bargellini e Paolo Gioli. Questi ultimi, più vicini allo strutturalismo, lavorarono in tal senso su particolari procedimenti di ripresa, sviluppo e stampa. Molte le iniziative che favorirono le interazioni tra il “nuovo cinema” e le altre arti. Allo Studio Pistoletto di Torino venivano proiettati i film del C.C.I. e di cineamatori locali quali Tonino De Bernardi, Mario Ferrero, Paolo Menzio, Ugo Nespolo, Gabriele Oriani. In ambito musicale Sylvano Bussotti realizzò Rara tra il '67 ed il '69, Alvin Curran del gruppo Musica Elettronica Viva ed il Living Theatre collaborarono con Alfredo Leonardi. Carmelo Bene realizzò cinque lungometraggi: tra questi, Nostra signora dei turchi (1968), Capricci (1969) e Salomè (1972).

Dagli anni Ottanta, malgrado l'avvento del videotape, gli artisti continuarono a sperimentare con la pellicola, come mostrano Gioli, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, i quali, lavorando esclusivamente su materiali d'archivio, realizzarono il loro film più conosciuto, Dal Polo all'Equatore (1986). Nell'era del digitale, la stagione strutturalista ha ceduto il passo alla videoarte, soprattutto alle tecniche di scratch video (Catalog, 1961, di John Whitney è il primo film realizzato con l'ausilio di un computer). Non è mai venuta meno, però, la passione per gli esperimenti pittorici su pellicola: si pensi ai lavori del pittore Leonardo Carrano, che dal 1992 realizzò opere sperimentali d’animazione fra astratto e referenziale, unendo tecniche e linguaggi diversi, dal tradizionale alla tecnologia digitale. Jazz for a Massacre (2014)è un omaggio a Nato Frascà, creatore del “metodo dello scarabocchio”. Il risultato è unajam-session pittorico-musicale dove il jazz di Marco Colonna si amalgama con le forme astratte, create da Leonardo Carrano direttamente sulla pellicola. 20.000 fotogrammi verniciati, incisi e acidati, dialogano con le immagini impresse sulla pellicola e con la musica.


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