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15th Edition - Forlì / Italy
5/14 October 2018
  

Migrò

DAILY-2017

The Immigrantcompie cent'anni. Diretto, interpretato e prodotto da Charlie Chaplin, sollevò grande scalpore per la descrizione del trattamento riservato ai migranti nel porto di New York. Il tema del viaggio in nave verso l'America verrà ripreso da Chaplin ne L’eterno vagabondodel 1954. Il poetico L'emigrante(conosciuto anche come Charlot emigrante) non è, però, la prima pellicola a interessarsi della sorte dei migranti. Oltre ai documentari americani che dal 1871 in poi ne testimoniano l'arrivo ( Arrival of Emigrants o Ellis Island, prodotti dell'American Mutoscope & Biograph Co. del 1906), abbiamo The Italian (1915), diretto da Reginald Barker. Pietro Donetti, un gondoliere veneziano, emigra a New York per potersi sposare. Trova lavoro come lustrascarpe e un giorno riceve del denaro per votare e convincere i connazionali a votare un candidato irlandese. La Cines di Roma realizza Il ritorno dell'emigrato (1910) e L'emigrato della Vandea (1915). L'Itala Film di Torino L'emigrante (1915), regia di Febo Mari, che narra la storia di Antonio (interpretato dal grande attore teatrale Ermete Zacconi) in partenza per il Sud America in cerca di fortuna, che lascia in Italia moglie e figlia. Arrivato a destinazione diventa manovale, ma in seguito ad un incidente sul lavoro diventa inabile. La compagnia di assicurazioni lo froda, facendogli firmare un certificato in cui rinuncia ad ogni indennizzo. Antonio è analfabeta e ignora cosa stia firmando; scoperta la verità decide di tornare in Italia. Numerosi i temi trattati: la disgregazione della famiglia, l’emigrazione verso il Sud America (in quegli anni fenomeno assai diffuso in Italia), il ritorno. Chi emigra, sovente ha la speranza di tornare in patria da benestante; in questo, come in molti casi, si ritorna poveri come quando si è partiti. Qui, ovviamente, il ritorno è forzato per via dell’infortunio sul lavoro, e si aprono altri temi ancora attuali: la mancanza di misure di sicurezza e le truffe ai danni dei lavoratori, la non alfabetizzazione, la scarsa conoscenza della lingua straniera da parte delle fasce più deboli. Poi l'Ambrosio S.A. di Torino produce Gli emigranti (1915), diretto da Gino Zaccaria, tratto da un romanzo di Francesco Pastonchi. Dopo la tragica distruzione, dovuta a cause naturali, d'un paesino montano, gli abitanti decidono di emigrare, per poi vivere ore d'angoscia sul transatlantico e in Sud America. Dopo molte peripezie, fondano una nuova colonia in mezzo ad alte e candide vette che gli ricordano quelle della loro montagna italiana. La Megale Film di Roma realizza La  flotta degli emigranti (1917), regia di Leopoldo Carlucci, dove un deputato italiano specula sulla pelle dei propri connazionali, facendo varare una legge che promuove l'immigrazione italiana all'estero.

Negli anni Venti i film d'ambientazione napoletana, diretti o prodotti da Elvira Notari, sono esportati nel Sud e Nord America, in quanto molto amati dagli emigranti italiani. In Vedi Napoli e poi muori! (1924), regia di Eugenio Perego, la poliedrica Leda Gys è Pupatella, una giovane napoletana scoperta da un impresario cinematografico americano. Allettata dall'idea di diventare una stella, lo segue in America, dove tra i due nasce l'amore. Un involontario equivoco suscita la gelosia della verace popolana, che, in seguito a una scenata, torna in patria. Napoli che canta (1926), diretto da Roberto Roberti (padre di Sergio Leone), si chiude con la partenza in nave di napoletani che cantano la loro nostalgia, guardando la città che scompare. Preda della tristezza si spegne il canto man mano che si allontanano. Ancora, Harold Godsoe gira la co-produzione italo-americana Santa Lucia Luntana (1931), conosciuta anche come Cuore d’emigrante o The Immigrant, incentrato sulle difficoltà d’integrazione italiana in America.

Tuttavia, la serie di film che prese piede fu quella di argomento coloniale, in sintonia con la politica imperiale di Mussolini. A partire dal 1935, la figura dell'immigrato fu affidata a opere come Passaporto rosso (1935), regia di Guido Brignone, ambientato tra il 1890 e il 1922, dove l'immigrazione è causata del disordine politico e non dalla fame. Il Sud America è dipinto in chiave completamente negativa (malattie, febbre gialla, morte, sacrificio, vizio, delinquenza, sfruttamento del lavoro e della prostituzione), ma il forte e laborioso italiano si sa far valere. Il Sud America torna luogo di vizio e corruzione in Montevergine (1938), diretto da Carlo Campogalliani, il cui protagonista (Amedeo Nazzari) è costretto a emigrare perché ingiustamente accusato di omicidio.

Il 1948 è l'anno di Fuga in Francia di Mario Soldati, interpretato da Pietro Germi, e Emigrantes, diretto e interpretato da Aldo Fabrizi. Il secondo, ancora ambientato in Argentina, presenta un lieto fine consolatorio ispirato alla politica del governo Degasperi, impegnato nel secondo dopoguerra a “suggerire” agli italiani di migrare verso paesi lontani per lavorare. Nel 1950 il citato Germi gira Il cammino della speranza, scritto insieme a Tullio Pinelli e a Federico Fellini, inviso e osteggiato da Giulio Andreotti. Raccontava il regista: “Mi sono trovato al confine francese, perché stavo girando come attore, con Soldati, ‘Fuga in Francia’. Un giorno alcuni finanzieri che avevo conosciuto, mi raccontarono che qualche giorno prima avevano salvato dal congelamento e dalla morte alcune famiglie calabresi, le quali in scarpe di tela e giacchette striminzite, tentavano di espatriare clandestinamente ed erano rimaste bloccate dalla neve”.

Certamente i “funzionari” preferivano documentari come Partono gli emigranti,del 1954, diretto da Fulvio Tului e prodotto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui si narra della possibilità di trovare lavoro all’estero col sostegno del governo italiano. Un'opera di propaganda al limite del ridicolo, dove il governo del tempo è ritratto come venditore di speranze facilmente concretizzabili. Idea che non si discosta granché da quella della propaganda di regime, che utilizzava l'immigrazione per i propri scopi coloniali nelle terre d'Africa.

Ben altro rispetto merita il cortometraggio Emigranti (1963) di Franco Piavoli,che tratteggia con poetica maestria la precarietà degli emigranti italiani “accampati” sul treno che dal Sud va verso Milano e oltre.Suiloro volti si legge la stanchezza, la nostalgia, la paura dell'ignoto, la rassegnazione, lo spaesamento in stazione a Milano. E per alcuni anche l'attesa, di un amico, di un parente o di una coincidenza ferroviaria per raggiungere Germania, Svizzera e Belgio. Numerosi cineasti, in tutti i generi, si sono confrontati con questo fenomeno sociale, alcuni trattandolo più o meno trasversalmente. Giacché l'elenco risulterebbe sterminato, ci siamo concentrati sull'emigrazione italiana in tre periodi: La grande emigrazione tra la fine del XIX secolo e gli anni Trenta del XX, l'emigrazione europea a partire dal 1950 e l'emigrazione italiana moderna, divenuta eclatante nel Duemila (la cosiddetta “fuga di cervelli” che ancora reca problematiche simili alle altre migrazioni, quando non situazioni drammatiche, come testimoniano i casi di cronaca).


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